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Virtù, Meditazione, Sapienza le fondamenta del mio animo Mahaparinibbana sutta

In questi giorni ci stiamo soffermando sul sutra che ricorda gli ultimi giorni del Buddha, il Mahaparinibbana sutta. Un primo aspetto cui abbiamo rivolto la nostra attenzione è un breve brano che ritorna più volte in questo sutta dai contenuti molto ampi e coinvolgenti. Il brano dice:

Ecco la virtù, ecco la meditazione, ecco la sapienza. La meditazione sviluppatasi sulla virtù è di grande frutto, grande profitto; la sapienza sviluppatasi sulla meditazione è di grande tutto, grande profitto; l’animo sviluppatosi sulla sapienza si libera da tutti gli influssi: ossia dall’influsso del sesso, dall’influsso dell’essere, dall’influsso della ignoranza”

Questa traduzione già presenta una diversa interpretazione di un termine chiave. Si parla infatti di animo mentre altri traduttori puntano sulla traduzione con il termine mente. Teniamo presente questa differenza (vedi G. De Lorenzo, Gli ultimi giorni di Gotamo Buddha Laterza, 1948).

Ma per ora partiamo dalla prima riga dove il Buddha, in questo breve inciso che ritorna ben sette volte nel testo, sottolinea tre elementi di grande rilievo.

Le tre parole, virtù, meditazione e sapienza, condensano il ventaglio degli otto strumenti che il Buddha propone per delineare la Quarta Nobile Verità: “Il sentiero che conduce alla cessazione della sofferenza”. Ricordiamo per inciso che la Prima Nobile Verità fa riferimento alla disagio-sofferenza-dolore dell’esistenza, la Seconda alla loro causa, la Terza alla possibilità di ‘guarigione’.  Nella Quarta viene esposta la via da seguire per guarire dalla malattia della sofferenza e dell’ignoranza esistenziale in cui viviamo.

Si diceva dell’importanza che il Buddha assegna a questi tre strumenti. In questo brano troviamo sintetizzata in tre termini un insegnamento molto più ampio, dettagliato e profondo, capace di coinvolgerci direttamente ed esperenzialmente. Questi tre termini fanno capo all’immagine di un gabbiano che per volare ha bisogno di un corpo e di due ali. Il corpo è costituito dalle virtù e le ali della meditazione e dalla sapienza. Mentre nell’esposizione che troviamo in questo testo vi è un loro sviluppo a scala, sulla virtù  cresce la meditazione e su questa la saggezza e ancora più in su prende forma il nostro animo. Ogni elemento è esplicitamente necessario per sviluppare il Dharma e incamminarsi verso la liberazione.

Usualmente gli interpreti assecondano la stretta interrelazione tra i tre, cosa che è indubbiamente convincente. È chiaro che una virtù priva degli altri elementi è una guida incerta, propensa al fanatismo, la meditazione da sola può condurre ad un isolamento dagli sviluppi anche pericolosi, mentre la sapienza per esempio ad un  compiacimento egoico. Nell’immagine del gabbiano ben si coglie la visione che permette, nel suo complesso di volare verso la liberazione, verso la comprensione profonda di ciò-che-è, della natura di ogni aspetto dell’esistenza.

Nel Mahaparinibbana invece il Buddha ci presenza un susseguirsi di un momento “dopo” l’altro. In questo senso ci aiuta ad assaporate il succo di ogni elemento. Sulla virtù poggia la meditazione, sulla meditazione poggia la sapienza e sulla sapienza la mente, vale a dire il nostro animo che sa districarsi tra i diversi influssi condizionanti con le loro conseguenze.

La virtù consiste della retta parola, retta azione e retto modo di vivere. Questo comportamento di base è un terreno da “lavorare” per renderlo al contempo malleabile e solido. Un virtù “digerita” sino al midollo è funzionale ad una centratura della meditazione, i cui parametri sono retta presenza mentale, retta sforzo, retta concentrazione. Qui la sapienza, pervasa da una retta visione e da una retta intenzione, trova il terreno più adatto per “vedere oltre” i condizionamenti e le abitudini, per coltivare la forza del discernimento.

Questo sviluppo ha poi un andamento circolare, la sapienza fa maturare le virtù e queste la meditazione e così di seguito. Ci sembra che questo rivesta una grande importanza per inquadrare l’atteggiamento educativo coltivato dal Buddha. Ogni momento va esaminato di per sè per comprenderne appieno la potenzialità e la meraviglia della loro stretta interrelazione.

Si voleva ancora sottolineare, come si diceva all’inizio, il termine pali che viene usualmente tradotto con “mente” . Fa specie vederlo tradotto dal De Lorenzo con “animo“. Eppure la seconda traduzione mi sembra capace di connettere la mente con la dimensione delle sensazioni e dei sentimenti.

Nei testi buddhisti, ma specie nelle loro letture contemporanee, troviamo anche la stretta interazione tra mente e cuore. Nel Buddhismo la mente riposa nel cuore. In tal senso, la distanza che in Occidente creiamo tra mente e cuore si supera in quanto i due termini alludano alla potenzialità di un “mente-cuore” orientato ora verso la razionalità ora verso l’energia di benevolenza e compassione, tralasciando ovviamente la sua propensione  verso i pensieri distraenti. L’animo può essere sopraffatto dai sentimenti e dalle emozioni, diventando fonte di proliferazione mentale, ma a lui sono pertinenti anche gli ampi spazi della razionalità, della benevolenza e della compassione. A me sembra che questo termine usato dal De Lorenzo ben sintetizzi l’esperienza Orientale senza dover introdurre la relazione mente-cuore.

Un altro argomento, cui ora solo si accenna, è quello degli ‘influssi’, cioè  dei fattori che condizionano la mente o, come si diceva, il nostro animo.  Ma spero che questi siano occasione per una ulteriore riflessione.

Rodolfo  Savini

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