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Creare nuovi solchi. Riflessioni su “Mantra&Meditazione” di Swami Ritavan Camaldoli maggio ’25 n. 5

Con dharana, raccoglimento unidirezionale, mi concentro su un oggetto qualsiasi, p.es. una candela. Con dhyana la mia attenzione va ad un flusso di cose, come osservare lo scorrere del fiume seduto lungo la riva. Si passa cioè da una concentrazione su un oggetto e ad un ”mantra nel movimento”. Quest’ultimo sviluppo di dhyana la rende capace di riconoscere il ‘qui e ora’ nel flusso di ogni attimo. Allora possiamo dirci davvero ”amici della mente”.

In un ulteriore passo il mantra da sostegno o guida che sia, si risolve nel silenzio. Nella mente pur silenziosa vi sono ancora, soggiacenti, i samskara, gli impulsi accumulati dalle azioni precedenti, pronti ad ogni stimolo e ad ogni minima distrazione, a riemergere. Il mantra può tornare nuovamente a smussare queste emergenze creando ”nuovi solchi” in cui far scorrere la mente. Allora ritroviamo nella nostra mani, se non li abbiamo già dimenticati!, i principi di una pratica che alimenta nuova pratica, di una dedizione a questo sottile lavorio e la perseveranza nell’alimentarlo. La meditazione ci riconduce a noi stessi, ai nostri i momenti piacevoli o difficili, sino al varco della morte.

Mi sento dire: “io sto bene come sono!” vuol dire semplicemente che hai accettato la tua abitudine. Ma “chi sono io?”: a questa domanda comincia invece un viaggio, un pellegrinaggio. Metto nello zaino la meditazione, un mantra che mi ricorda sempre la giusta strada, la preghiera come apertura del cuore. Occorre dare inoltre un nome alla mia contemplazione, grandi aspirazioni, pace, verità sono sorrette da un mantra che avvolga la nostra vita quotidiana. Occorre formulare una risoluzione.

Il panorama è quello che si delinea con il satcitananda, essere, conoscenza, gioia. Occorre nutrire il corpo con la vibrazione del respiro, con quelle sensazioni sottili che pervadono il corpo, fare di sè un corpo vibrante sull’onda del respiro.

Il mantra è sempre presente “io sono quello” tat tvam asi. Il mantra personale, datoci dal maestro, scorre nella stessa direzione. Occorre essere “qui”, riposare nel proprio essere, dove possono sgorgare sia la vibrazione del mantra sia, materializzato in un gesto o in una parola, il ”namaste”, rendo omaggio alla presenza dell’infinito in te, in me, in tutti gli esseri. Così, pian piano, nel grande contenitore del corpo, fluisce il prana e con lui quella sonorità del mantra che via via si fa sempre più sottile, senza lingua e labbra. Il mantra cioè è un suono che esce dalla bocca, è un suono che vibra senza muovere le labbra, è un suo risuonare senza suono, la luce del mantra sembra dissolversi, diviene un tutt’uno nel silenzio.

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