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L’illusione dell’io – Tae Hye sunim nov ’20

 Indicazioni per la pratica di Dharma – novembre 2020 (2564 EB): illusione dell’ego
 Noi esseri umani parliamo costantemente di “io” e “mio”: io voglio, mi piace, io penso, questo è mio ecc. Ma quasi nessuno capisce questo “io”. Che cos’è, da dove viene? Se ti chiedi profondamente: “Cosa sono io?” prima o poi ti imbatterai in un muro dove tutti i pensieri sono tagliati fuori. Nel buddismo si parla di illusione dell’ego, credenza in un sé sostanziale (in pāli: sakkāya-ditthi). Significa identificazione con il corpo, emozioni, pensieri e altri elementi dell’esistenza che cambiano continuamente.Nel Cūlavedalla-sutta (Sutta delle brevi spiegazioni) la monaca illuminata  Dhammadinnā  risponde alle domande del suo ex marito Visākha riguardanti l’illusione di identità.Così ho udito, una volta il Beato si trovava nel Boschetto di Bambù, al colle degli scoiattoli, vicino a Rājagaha. Quindi Visākha, il seguace laico, andò dalla monaca Dhammadinnā e, all’arrivo, dopo essersi inchinato davanti a lei, si sedette da parte. Mentre era seduto lì, le disse: “Ho sentito parlare dell’illusione dell’ego, Venerabile. Che ha dunque detto il Beato al tal riguardo?”

La Venerabile rispose: “Ci sono questi cinque attaccamenti agli aggregati, amico Visākha: cioè l’attaccamento alla forma, alle sensazioni, alle percezioni, alle tendenze e alla coscienza. Questi cinque attaccamenti agli aggregati sono l’illusione dell’ego esposta dal Beato. “

“Bene” disse Visākha, il seguace laico, dilettandosi e rallegrandosi di ciò che aveva detto la monaca Dhammadinnā. Poi le fece un’altra domanda: “Che ha dunque detto il Sublime sull’origine dell’illusione dell’ego?”

La Venerabile rispose: “La brama che porta a un’ulteriore esistenza – accompagnata da passione e godimento, che assapora ora qui e ora là – cioè brama del piacere sensuale, la brama di divenire e la brama del non divenire: questo, ha dunque detto il Beato, amico Visākha, sull’origine dell’illusione dell’ego.”

“E che ha dunque detto il Beato sulla cessazione dell’illusione dell’ego?” chiese Visākha.

“Lo svanire, la cessazione definitiva, la rinuncia, l’abbandono e il lasciar andare quel desiderio stesso: questo, amico Visākha, ha detto il Beato sulla cessazione dell’illusione dell’ego.”

“Che ha dunque detto sulla pratica che porta alla cessazione dell’illusione dell’ego?”

“È il Nobile Ottuplice Sentiero – retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retta sussistenza, retto sforzo, retta consapevolezza, retto raccoglimento: questo, amico Visākha, ha detto il Beato sul sentiero della pratica che porta alla cessazione dell’illusione dell’ego.”

 

Visākha chiede ancora su profonde esperienze meditative, ad es. uno stato di cessazione delle percezioni e delle sensazioni, che significa illuminazione improvvisa. Infine, la monaca Dhammadinnā dice di non fare più domande. E’ più importante praticare che fare domande concettuali. La pratica meditativa può diventare l’interrogarsi profondo, in cui il meditante non pensa alle teorie, ma si chiede con tutto il suo essere: Chi sono io? Qual è la mente? Cos’è la coscienza che trascende i pensieri? Cos’è la libertà?

Osservando in modo vigile e rilassato ciò che sta accadendo dentro e intorno a noi, abbandoniamo gradualmente le varie forme di identificazione, ci liberiamo dall’attaccamento e troviamo lo stato dell’essere dove tutto scorre.

Se in passato non eravamo molto consapevoli di questi stati condizionati, e di alcuni per nulla, con una pratica costante vengono sempre più “a galla” le nostre identificazioni, presenti anche in passato, non tutte riconoscibili facilmente. Il grande lavoro, dopo il vedere, è potere e volere liberarsene se non sono salutari. Quando e quanto possibile dipende solo da noi, dalle nostre motivazioni, dal karma, dalle nostre energie. Vedere è un gran passo, liberarsi è lo scopo finale.

 

Studiare la via del Buddha è studiare il sé.

Studiare il sé è dimenticare il sé.

Dimenticare il sé significa essere realizzati da una miriade di cose.

Quando questo accade, il vostro corpo e la vostra mente,

come il corpo e la mente degli altri, si dissolvono.

              (maestro zen giapponese Dōgen, 1200-1353)

 

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