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Il brahman che si rivela, l’atman che è in ogni cosa, Upanishad III lettura, iv

Le Upanishad, e in particolare ora la Brhadaranyaka Upanishad terza lettura, quarto brahmana, vi è Usasta Cakrayana che interroga il maestro Yajnavalkya

Che cosa è l’atman? Che cosa è il brahman? Sono domande che spesso i praticanti si chiedono lungo il loro percorso spirituale. La difficoltà da evitare è quella di volere anticipare la meta, di darle già una sua consistenza, una definizione che la caratterizzi. E’ difficile porsi dalla parte del discepolo che ‘chiede’, accontentandosi poi della prima risposta, senza cogliere il significato profondo cui l’insegnamento del maestro allude.

Lungo il nostro percorso accade spesso che a una domanda ne segue un’altra, sempre inappagati della risposta. Qui però l’allievo al cospetto della saggezza di ogni risposta del maestro fa proprio un atteggiamento riflessivo: “Allora Usasta si tacque“. Questo a me sembra una importante via da seguire. Spesso portiamo con noi una serie di domanda pronti a farne altre, quando può essere il caso di assimilare la risposta, di ruminarla nel proprio intimo: “si tacque“.

Qui la domanda di Usasta mira alto: “spiegami il brahman che si rivela e che non ci sfugge“. Come si può mostrare qualcosa che “si trova in ogni cosa” è la risposta di Yajnavalkya. Riporto per esteso la risposta di Yajnavalkhya che richiama l’interrogante ad una risposta relativamente più tangibile:

Questo tuo atman che respira nel prana, è lui che è in ogni cosa; questo tuo atman che esala nell’apana, è lui che è in ogni cosa; questo tuo atman che circola nel vyana, è lui che è in ogni cosa; questo tuo atman che si solleva nell’udana, è lui che è in ogni cosa. Questo tuo atman è invero interiorità universale“.

E ancora all’insistenza dell’interlocutore, Yajnavalkya illustra l’incapacità radicale che abbiamo di conoscere con i sensi, cioè ponendoci in una condizione dualistica ‘io – vedo – l’atman’, in cui si ripropone la condizione di soggetto-oggetto.

Qui la risposta di Yajnavalkya è perentoria:

Tu non puoi vedere colui che vede tramite la vista; tu non puoi udire colui che ode tramite l’udito; tu non puoi pensare colui che pensa tramite il pensiero; tu non puoi conoscere il conoscente mediate la conoscenza. Questo è il tuo atman che è in ogni cosa. Tutto ciò che è altro da costui è votato al dolore”.

E così termina il verso: “Allora Usasta Cakrayana si tacque“. Cosa che spesso non facciamo formulando domande su domande,  qui appare una domanda che induce alla riflessione interiore, ad una rielaborazione interiore.

La stessa domanda viene formulata nella strofe successiva, il quinto brahmana.

Qui abbiamo il saggio Kahola Kausitakeya che interroga sempre Yakjnavalkya sullo stesso problema posto da  Usasta poco sopra, “che cos’è il brahman che si rivela, che non ci sfugge e l’atman che è interiorità universale?“. Qui però la risposta è diversa, non scende nella profondità di se stessi, perviene ad una risposta affrontando grandi questioni  di vita quotidiana. Alla stessa domanda Yajnavalkya risponde:

quel brahman “che trascende la fame e la sete, la sofferenza, l’errore, la vecchiaia e la morte. Allorché conoscono questo atman, i brahmani puoi cessano di avere un figlio, di desiderare la ricchezza, di desiderare alcun bene di questo mondo, e quindi errano come monaci mendicanti. Infatti desiderare figli è desiderare ricchezza, desiderare ricchezza è desiderare i beni di questo mondo. Per questo motivo il brahmana, rinunciando al sapere discorsivo, si contenterà di una ignoranza sapiente; diventa indi un asceta, rinunciando sia all”ignoranza che al sapere; quindi rinunciando contemporaneamente all’ascesi e alla non ascesi, egli è un brahmana.  Per che cosa egli è veramente un brahmana? Per quello stesso principio per il quale esso è ciò che è. Tutto ciò che è altro da questo è sofferenza” e come già visto per Usasta, egli “si tacque”.

Pur essendo diverse le domande dei due saggi, una più rivolta al principio universale della nostra interiorità, più rivolta l’altra alla figura dell’asceta, entrambe le risposte di Yajnavalkya collimano: chi si trova lungo strade diverse e si pone false domande “costui è votato al dolore”, “costui è soggetto a sofferenza” . La causa di questo stato è nel non comprendere la differenza e la fusione al contempo del brahaman e dell’atman, “il brahman che si rivela e non ci sfugge e l’atman che è in ogni cosa”.

rs

 

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