Uno spunto per immergersi nel “neti, neti” delle Upanishad – Brh. III,ix,26
Già in precedenza mi sono soffermato su questa espressione, “nei, neti”, “nè questo, nè quello” e ora lo ritroviamo sempre in questa Upanishad, la Brihadaranyaka Up. Lo ritroveremo ancora perchè su questa formulazione si fonda una radicale critica ad accettare per convenzione o per abitudine qualsiasi concetto. Ci vuol poco, una volta individuata una via di per sè appagante, proseguire per questa, senza metterla in discussione, senza valutarne le contraddizioni in essa presenti e lì ci si ferma. Questo pungolo a voler superare il già noto, andare sempre “oltre”, è pertinente ad ogni indagine scientifica. Quanti veli sono stati tolti in virtù dell’indagine scientifica!
Nel campo della spiritualità questo passo sembra delineare una forma di negativismo a priori. Sembra che alluda ad uno scetticismo fine a se stesso. Anche se così fosse più volte nel leggere qualche passo avverto un brivido, è per me uno stimolo a non fermarmi ad un “concetto” pur esplicativo che sia.
Questo non vuol dire che la conoscenza dell’uomo non sia di alcuna utilità. L’ombra del nichilismo può facilmente calare come tiepido torpore sul fuoco della ricerca scientifica. Come sempre il nostro ragionamento si sviluppa su un piano orizzontale pur sconnesso da asperità della terra, dalle montagne, dalle vallate, dagli abissi marini, dalla violenza e arroganza, come dalla debolezza e indolenza.
Questo pensiero upanishadico allude a due realtà che rispondono a due esperienze diverse del tempo, da un lato il tempo irrequieto del nostro presente, dall’altro l’individuazione, la percezione interiore di una realtà che non va cercata ma “ascoltata”. Può essere ascoltata dalle parole di un maestro, può essere ascoltata della voce senza voce che “parla” dentro di noi.
E’ questa la dimensione pertinente al “neti, neti”. Può essere anche trovata percependo la vastità dello spazio, la molteplicità dei sistemi solari, le molteplici costellazioni del cielo. Anche guardando in questa direzione si ascolta la stessa parole “neti, neti”, non è questo, guarda oltre, non è questo guarda oltre.
Mi interrogo su quale senso possa avere questa espressione neti neti riferita sia alla mia interiorità, sia alla contemplazione della vastità dello spazio. La mia mente non si nutre compiaciuta di paradossi eppure queste due profondità giungono ad un paradosso, l’infinitamente intimo e infinitamente grande si incontro in una terza dimensione che è il neti, neti. Queste due prospettive, anzi, queste due esperienze ci accompagnato sempre nel nostro intimo, quello che chiamiamo, oggettivizzandolo , il cuore.
Se la profondità interiore mi induce a tacere e contemplare, quella spaziosità sconfinata dello spazio mi richiede le stesse attitudini. Questa spaziosità ritorna a me, mi richiede l’uso di occhi contemplativi. L’esperienza interiore non ha bisogno di contemplare il cielo, entrambi si dissolvono nella spaziosità interiore. Il piccolissimo e in grandissimo collimano, sono la stessa cosa, la stessa realtà. Una smussa l’altra, l’una leviga l’altra.
Non mi azzardo a dire che cosa accadrà quando si dissolverà questo smussare e levigare. L’unica risposta che mi posso dare è il neti, neti. Questa esperienza dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo danno espressione ad una dimensione assai diversa da quella quotidiana. L’infinitudine e il quotidiano sono due realtà distinte eppure convivono in ognuno di noi. Le due dimensione ci sono sempre e sempre coesistono. Anche un guerriero come Arjuna, nella Bhagavad Gita, è chiamato da Krisna ad obbedire al suo karma, a combattere, pur avvertendo nel suo intimo il dolore dell’incomprensione, del conflitto cieco. E così è per noi che siamo, come Arjuna, nel mezzo del campo di battaglia, la battaglia della nostra vita, della nostra esistenza, dei nostri conflitti emotivi. Non possiamo e ne dobbiamo rinunciare alla pienezza del essere, mondano o spirituale che sia. Sono diverse per via del tempo che le pervade. L’una è eterna e senza tempo, come ci testimonia la perenne attualità della sapienza antica. Dall’altro un tempo che corre sempre di più, o verso il progresso e la convivenza pacifica, o, con altrettanto impeto, verso una violenza che chiama violenza.
Dentro di me ci sono e convivono al contempo queste due realtà. Ed è assai arduo avere il coraggio di essere lì presenti a ciò che accade.
Nel brano seguente si coglie un esempio di come non mi possa fermare a nulla, e quando giungo ad esso, l’unica cosa che io possa “dire” è appunto neti, neti.
“Su che cosa siete fondati tu o lo atman?” Sul prana”. “Ed il prana su che cosa è fondato? “Sull’apana (il soffio che va dall’alto al basso e che presiede alla funzioni escretorie)”. “E l’apana, su che cosa è fondato?” Sul vyana (il soffio diffuso nel corpo etereo dell’uomo)”. “E il vyana su che cosa è fondato?” “Sull’udana (il soffio che sale dal basso verso l’alto)”. “E l’udana, su che cosa è fondato?” “Sul samana (spirito , o soffio vitale, concentrato). Questo è il brahman indicato con le parole “no,no!”, neti, neti, è inafferrabile, perchè non può essere ghermito, indistruttibile, perchè non può essere distrutto, inattaccabile perchè a nulla è attaccato; svincolato perchè è saldo ed illeso” (Brh. III ,ix,26)
