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Trimle gen – mar 2002 n° 1 Anno IV

  

Mangala Sutta

Assemblea annuale

Cosa possiamo fare per la pace, ora   di Luciano Bezzi

Incontro interreligioso   di Maria Grazia, amica di Contra

Vita spirituale   di Massimiliano Foglini

Mangala sutta

Una volta fu chiesto al Buddha quale fosse il bene più grande. Egli rispose:

“Evitare la compagnia degli stolti e stare con i saggi;

onorare coloro che sono degni d’onore

-questo è il bene più grande.

Vivere in un luogo congeniale,

avere accumulato meriti nel passato

ed essere perfettamente concentrati in se stessi

-questo è il bene più grande.

Padroneggiare arti diverse, acquisire varie capacità,

avere una forte disciplina e una profonda istruzione,

parlare in modo gradevole

-questo è il bene più grande.

Servire i propri genitori, accudire alla propria famiglia;

agire nella pace

-questo è il bene più grande.

Donare con generosità, vivere la vita di Dhamma,

soccorrere i propri parenti,

evitare mezzi di sussistenza scorretti

-questo è il bene più grande.

Astenersi dal fare male (fisicamente, verbalmente, mentalmente),

astenersi da ciò che intossica,

essere diligenti nel Dhamma

-questo è il bene più grande.

Essere rispettosi e umili, paghi e riconoscenti,

e ascoltare il Dhamma al momento giusto

-questo è il bene più grande.

Essere tolleranti e remissivi,

frequentare persone sante,

parlare del Dhamma al momento opportuno

-questo è il bene più grande.

Meditare, condurre una vita santa,

osservare le nobili verità e realizzare il nibbàna

-questo è il bene più grande.”

 

Assemblea annuale

Il 2 dicembre 2001 si è svolta l’assemblea annuale della Pagoda. Il presidente Rodolfo Savini ha illustrato la situazione economica presentando il bilancio consultivo e proponendo il bilancio preventivo (per ulteriori chiarimenti e dettagli sono a disposizione di chi lo richieda tutti i documenti relativi). Ha poi ricordato le iniziative più significative dell’anno appena passato: la sistemazione del tetto e della strada; la definizione del rapporto di proprietà della Pagoda; le collaborazioni con la Comunità Mondiale per la Meditazione Cristiana, con il Tempio Santacittarama, con l’Associazione AMECO, con le Suore camaldolesi di Contra, con il Samadhi Vihara di Firenze, con la Comunità singalese. Fra le iniziative in rilievo non possono mancare gli incontri interreligiosi tenuti a Contra, all’Università della Terza Età di Arezzo, con il Vescovo di Arezzo, al Forum della solidarietà presso la Borsa Merci di Arezzo, e poi l’inaugurazione del Tempietto della Luce voluto e realizzato da Gemma Donati, il ritiro di meditazione di agosto “Il Sentiero e la Montagna” con il pellegrinaggio finale a Contra.

Conclusa la relazione del Presidente abbiamo posto al centro del cerchio formato dai partecipanti una bella rosa proponendo che per parlare occorresse anche prendere la rosa, ognuno prima di prenderla deve aspettare che la rosa ritorni al centro, evitando così il sovrapporsi degli interventi e la possibilità di ascoltare con più attenzione. Si è discusso sul significato dell’articolo 3 del nostro statuto che prevede, tra gli scopi dell’Associazione, la “diffusione e la pratica del buddhismo”, abbiamo chiarito che non si tratta di convertire le persone ad un’altra religione ma di esprimere con semplicità la propria esperienza di Pace e di Verità. C’è stata poi la proposta di creare un gruppo di approfondimento della pratica di consapevolezza, un gruppo disposto a praticare con maggiore continuità la meditazione formale e l’impegno di vivere nella consapevolezza la propria vita. Da questa proposta è nato il progetto di un nuovo opuscolo sulla pratica che uscirà insieme al secondo numero del Trimestrale 2002 (è possibile riceverlo solamente su richiesta). Ultima proposta è quella sulle pulizie del Tempio e sul controllo del suo stato di manutenzione. Abbiamo stabilito e distribuito gli incarichi in modo che ogni mese vi sia una persona con il compito di supervisionare il Tempio e di pulirlo.

Al termine dell’Assemblea abbiamo eletto il nuovo Presidente per l’anno 2002: Rodolfo Savini. Il Vicepresidente: Luciano Bezzi. Il Segretario: Massimiliano Foglini. E due Consiglieri: Luciana Favorito e Antonio Caso. La carica di tesoriere è stata affidata a Rodolfo Savini.

 

Cosa possiamo fare per la pace, ora?

( di Luciano Bezzi )

Cosa possiamo fare per la pace, ora? Essere pace!

La pace è prima di tutto un fatto interiore.

Anche la guerra all’origine nasce da un conflitto interiore: tra ciò che siamo e ciò che vorremmo esser, tra parti di noi che ci piacciono e parti che non ci piacciono, lo schierarci con un aspetto di noi contro un altro nostro aspetto; e tutto questo conflitto che non diventa dialogo si ripercuote anche fuori di noi alimentando il dramma della guerra tra popoli.

Allora fermiamoci, guardiamoci, osserviamoci con uno sguardo affettuoso, senza giudizio verso noi stessi, uno sguardo che sia attento, paziente, rispettoso, benevolo e compassionevole nei confronti delle varie identificazioni che ci succedono e si susseguono; identificazioni con pensieri, idee, emozioni… lasciando gentilmente andare quelle che ci dividono e alimentando con perseveranza quelle che ci uniscono.

Per “vedere” chiaramente dentro di noi dobbiamo coltivare il silenzio, il raccoglimento, la preghiera, la meditazione: regalarci tutti i giorni un po’ di tempo per riconciliarci, aprire il cuore, far pace con noi stessi e con gli altri, perdonando noi e gli altri.

Cosa possiamo fare per la pace, ora? Vedere oltre la diversità!

Le innumerevoli condizioni e gli infiniti condizionamenti ci fanno sentire diversi e separati gli uni dagli altri: il marito dalla moglie, il padre dal figlio, l’afghano dall’americano, in realtà siamo tutti interdipendenti, tutti collegati, tutti abbiamo bisogno degli altri per completare e riconoscere noi stessi. Scoprendo noi stessi negli altri: nell’americano, nel terrorista, nell’afghano, nel povero, nel ricco, diveniamo consapevoli dell’unicità della vita, della sua indivisibilità.

Tutti noi sperimentiamo la sofferenza, sofferenza che è tensione; la tensione che sorge dal desiderio di possedere qualcosa o diventare qualcun’altro oppure dall’avversione verso qualcosa o qualcuno, dalla paura, dall’attaccamento a un’idea di noi, degli altri, della realtà che poi la vita travolge.

Cosa possiamo fare per la pace, ora? Risvegliarci!

In tutti noi c’è la natura del risveglio alla Realtà, all’Assoluto, all’Incondizionato, alla Felicità non nata dal desiderio, che tutti e tutto accoglie così com’è, nella consapevolezza costante di quello che in ogni momento si rivela in noi e fuori di noi.

Cosa possiamo fare per la pace, ora? Coltivare l’Amore e rifiutare ogni tipo di guerra!

Incontro interreligioso

( di Maria Grazia, amica delle Monache Camaldolesi di Contra )

Il giorno sabato 24 novembre 2001 alle 17,00 presso la comunità delle monache Camaldolesi di Contra Emmaus, in unione fraterna con i monaci di Camaldoli, i monaci dello Sri Lanka e gli amici con i quali si condivide il dialogo interreligioso, abbiamo pregato e meditato insieme perché questo dialogo di realizzi. Il tema proposto e simboleggiato nella “rete”, riunifica tutti, presenti ed assenti, ad un solo anelito: raccoglimento, presente in tutti i cuori, nella compartecipazione universale, invita all’ascolto e alla condivisione.

La rete, al centro della sala, attrae la nostra attenzione, indica a noi una via: ad una rete di violenza, terrorismo, paura… noi in risposta vogliamo tessere una rete di amicizia, amore, dialogo, rispetto, accoglienza…

Significativi i brani musicali scelti, proposti al nostro ascolto, intrecciantesi, come la rete, nei distinti eppur uniti momenti di preghiera. Il momento di apertura dell’incontro ritrova i presenti all’ascolto di un brano musicale significativo nella sua evocazione: irrompe la guerra, il disagio, momenti di rottura e lacerazioni rispecchianti situazioni non solo storico-sociali o religiose, ma anche interiori, personali.

La preghiera cristiana così come i canti buddhisti riconducono tutti ad un unico momento personale e comunitario nella riunificazione profonda e pacificazione del cuore; inizialmente con il canto cristiano: Ubi caritates et amor, Deus ibi est (dov’è carità e amore, lì c’è Dio) ripetuto più volte.

Lo stesso dono della pace spirituale, serenità, rispetto interiore è ritrovato nella recita buddhista dei Rifugi e Precetti, offertoci da parte dei monaci presenti del monastero buddhista di Firenze. Nella comunione orante, nel raccoglimento, vincolo di unità, si perviene al momento delle letture.

Ascoltiamo con viva attenzione il Vangelo di Matteo 13, 44-47 (testo cristiano), un passo del Corano (testo musulmano) e un estratto dell’Avatamsaka Sutta (testo buddhista).

Introdotti così ad una pausa di silenzio e meditazione, riunifichiamo il nostro ascolto interiore in un successivo brano musicale. Segue il momento dei commenti e delle riflessioni spontanee.

Il simbolo centrale della rete si esplicita nell’invito ad intrecciare con fili multicolori donatici, un ordito continuo nell’accoglienza reciproca, capace di riunificare i fili spezzati, di ricollegare parti divise o contrapposte e ri-immettere pace, amore, compassione laddove la violenza, l’odio, la paura interrompono questo nostro intessere con fili di speranza.

Il momento conclusivo richiama alla preghiera-meditazione con la lettura buddhista del Metta Sutta (il discorso sulla benevolenza). La preghiera cristiana invita tutti noi al canto del Salmo 8: “Quanto è grande il Tuo nome su tutta la terra” ripetuto dopo ogni strofa.

La scelta “casuale” da parte dei partecipanti di un nastro di raso colorato recante una parola-messaggio, è accolta come invito ed impegno per ciascuno, nel quotidiano cammino, là dove si trova. A conclusione un’agape fraterna dispiega al nostro sguardo volti gioiosi, sereni, attenti, icone di un incontro e abbraccio spirituale mai perduto, bensì ritrovato. La felicità, pace e giustizia eterna, a cui tutti aneliamo, visita questi luoghi di dialogo e accoglienza in un sempre più forte e vivo vincolo di unità universale, per un rinnovato patto di pace, amore e speranza.

 

   

 
   

 

Vita spirituale

( di Massimiliano Foglini )

Dice Vimala Thakar: La bellezza della ricerca è quella di non poter essere decisa a priori con la stessa certezza con cui si tratta un percorso su una mappa. Per chi di noi ama veramente vivere, l’imprevedibilità della ricerca è una gioia e non un problema. [...]

Avete mai osservato i bambini quando imparano qualcosa? Avete mai osservato i loro occhi, i loro movimenti, il modo in cui si siedono, toccano le cose, avete notato la delicatezza e la duttilità con cui crescono e si sviluppano?

Tutto il loro essere è una fiamma di ricerca.

Proprio come un bambino è aperto, sensibile alle vibrazioni della vita, un cercatore genuino abbandona la rigidità della struttura egoica e si apre umilmente, ricettivo alle vibrazioni della vita.

La persona in cui l’autentico e genuino stato della ricerca è nato, è benedetta. Questa sincera indagine matura nella realizzazione, trasforma tutto l’essere nello stato della meditazione,

Dobbiamo veramente comprendere che per quanto la concentrazione ci possa aiutare nel percorso spirituale, la meditazione non consiste nel focalizzare la mente su di un qualche oggetto, ma nel trascendere l’attività mentale. La concentrazione è uno stato mentale, la meditazione uno stato dell’essere.

La meditazione implica tutta l’attività dell’essere è non sarà mai il risultato di una qualche pratica mentale.

La vita spirituale non è fatta da una determinata pratica, da un qualche rito o esercizio mentale. Fino a quando crederemo che la pratica spirituale serva a trasformarci in una persona ‘spiritualmente eccelsa’ e dalle qualità veramente nobili, saremo intrappolati nella morsa dell’ego. Infatti la ricerca di ‘attributi’ da sviluppare, per quanto positivi possano essere, saranno sempre motivati da un movimento egoico.

L’unica maniera per neutralizzare tali meccanismi dell’ego è “l’aprirsi a ciò che è”.

“Aprirsi a ciò che è” non significa accettare tutto ciò che ci capita passivamente, ma l’essere ricettivi, essere consapevoli della situazione osservando apertamente quello che ci sta succedendo. Ci apriremo pertanto alle ‘negatività’ riconoscendo che ‘c’è negatività’ e non identificandoci in essa. Riconoscendo questo processo come impersonale, saremo “recettivi” anziché “reattivi” alla sofferenza, allora i dolori non saranno più ‘insopportabili’ perché avremo smesso di resistere al dolore entrando direttamente e serenamente nella ‘realtà della sofferenza’.

“Aprirsi a ciò che è” implica il capire la causa di “ciò che è”. Alcune cause saranno ordinarie mentre altre potrebbero essere causate dal nostro particolare modo di interferire. Aprendoci a questa comprensione svilupperemo pazienza nei confronti delle circostanze e lasceremo andare la nostra impulsività di intervenire.

Certamente per “aprirsi a ciò che è” alcune qualità ci potranno essere utili: “la fiducia” (nel percorso che stiamo facendo), “un carattere stabile” (che si svilupperà assieme ad una corretta moralità), “la calma” (che verrà acquisita con la meditazione). Ma fintantoché queste qualità saranno viste come scopi da raggiungere, avremo ancora a che fare con l’ego; cerchiamo allora di vederle come qualità in grado di sostenerci ed aiutarci nella visione di “ciò che è”.

Ci ricorda il Buddha: Non s’insegua il passato e non si rincorra il futuro. Il passato è finito e il futuro non ancora iniziato. Ma colui che nutre la visione ‘qui e ora’ di un oggetto presente, questa visione coltivi e mantenga salda e incrollabile.

Persegua il suo compito oggi perché chissà se domani morirà. Con le armate della Morte non si mercanteggia.

Giorno e notte dimorando sollecito e instancabile, egli è detto in verità ‘Felice’, egli è il saggio che

ha raggiunto la pace.

La visione del ‘qui e ora’ è meditazione, è il semplice essere della vita, la fine di ogni dualità, la cessazione della divisione tra uno e molti, tra individuale e universale. È l’incontro dell’eternità nel momento presente.

Nella meditazione la falsa separazione tra l’individuo e l’universo cessa. Allora c’è solo vita, ‘il totale movimento dell’essenza del vivere’, il respiro della vita: ‘la nascita è vita che inspira e la morte è la stessa vita che espira’.

Il Vangelo di Giovanni ce lo dice così: Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo. Se invece muore, produce molto frutto.

E il Signore disse: “Potrebbe essere che voi pensiate: ‘Le istruzioni del Maestro sono terminate, adesso non abbiamo più un maestro!’. Non va visto in questo modo, perché ciò che vi ho insegnato e vi ho spiegato sarà, alla mia dipartita, il vostro maestro”.

(Digha Nikaya 16,6,1)

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