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La Cattura del Bue, dagli studi di Miri Autore e dalle letture a La Pagoda

Le dieci icone della cattura del bue (prima parte)

Il testo  che qui si riporta ha costituito oggetto di lettura presso La Pagoda e nasce da una mia personale sintesi del capolavoro scritto da Miri Autore. Dalle sue ricerche sul campo, specie in Giappone, ha tradotto lei stessa i testi e ne ha esplicitato il significato. In una densa introduzione fa luce sulla specificità di queste immagini e sul contesto culturale da cui nascono. Di questo testo è disponibile solo il testo scritto di cui si raccomanda l’acquisto “Le dieci icona del bue, storia zen in dieci quadriediz. Lantana www.lantanaeditore.com, 2012. Qui tralascio di riportare i testi da cui sono tratte le citazioni per lasciare ad ognuno l’intendimento di trovarle con l’acquisto del libro.

 

Un primo accenno a queste icone del bue compare già nell’VIII secolo quando un monaco chiese al maestro Pai-chang (720-814):  “Vorrei essere istruito sul buddhismo, che cos’è?”  “È come se cercassi un bue mentre lo stai cavalcando”

Il “bovino”rappresenta nell’India come in Cina la sacralità per eccellenza pertinente a gran parte delle civiltà di origine contadina, saranno poi le singole culture a identificarlo ora con il bue, ora con il toro, ora con la vacca o il bufalo.

Il bue, nell’iconografia buddhista e in certe parabole dello stesso Buddha, è spesso veicolo dei Bodhisattva ed è associato all’illuminazione. Qui l’immagine del bue è simbolo della saggezza, della Vera natura di Buddha, del “cuore”, della più profonda verità dell’essere.  Nella tradizione Chan zen questa metafora del bue piacque molto all’animo semplice e pratico ma allo stesso tempo fantasioso dei cinesi di allora.

L’iconografia del bue dall’XI secolo in poi ha diversi sviluppi, ora in quattro tavole, ora in sei, ora in  otto e quasi tutte hanno come tavola finale il cerchio vuoto, l’illuminazione senza definizioni.

Chi svilupperà la rappresentazione di queste icone in dieci tavole sarà il monaco buddhista nonché letterato e pittore Kuo-an  (Kakuan) che nel XII sec. accompagnerà ogni icona con una poesia e un commento. L’aspetto importante è che con le ultime due icone il poeta va oltre il cerchio vuoto che rappresenta l’illuminazione. Egli vuole dar forma all’esigenza di coinvolgere quante più persone in questa scoperta. Vuole coinvolgere gli altri nell’esperienza dell’illuminazione.

I suoi dipinti andarono perduti e fu un famoso monaco e pittore giapponese, Shubun, a riprodurli nel XV secolo, discepolo di Sesshu, altro grande maestro abile nella tecnica di creare con inchiostro di carbone delicati tratti neri con sfumature che vanno verso l’azzurro ravvivati da leggeri acquarelli.

Le dieci figure del bue sono dipinte su seta, in un rotolo orizzontale (da destra a sinistra) alto circa 35 cm e lungo 2 m con uno sfondo beige ingiallito dal tempo. Vi sono inscritti i disegni in cerchi di 14 cm di diametro. Ricordiamo che nell’antica Cina il cerchio è simbolo dello specchio, del cielo e in definitiva dell’assoluto. Il cerchio è contrapposto al quadrato simbolo della terra. Lo specchio, spesso in Cina rotondo, è simbolo di saggezza e illuminazione; è usato come metafora del vuoto mentale, del non attaccamento, della capacità di “tutto riflettere senza nulla trattenere”, lo specchio coperto di polvere è simbolo dello spirito oscurato dall’ignoranza.

 

In sintesi questi dieci icone del bue rappresentano la seguente storia:

nella prima l’uomo è perduto nella foresta, confuso, cammina ma non sa dove andare, cerca il bue perduto;

poi vede delle tracce cioè legge i testi e trova gli insegnamenti che gli permettono di individuare le prime verità teoriche sulla Vera natura;

nel terzo stadio scopre il bue di lontano lo insegue, è il primo contatto con la verità del Sè.

Nelle figure quattro e cinque, il bue non si lascia prendere, bisogna legarlo e domarlo, vale a dire superare l’ego individuale, frenare il pensiero logico che divide ogni cosa in categorie.

Al sesto livello l’uomo raggiunge l’armonia con la Vera natura, il bue-Sè, e lo cavalca suonando il flauto per tornare a casa. Questi primi sei stadi corrispondono alla purificazione che anticamente coincidevano con lo studio in un monastero.

Nella figura sette il bue è scomparso come forma separata e l’uomo è lì, solo, a contemplare la bellezza della natura: superato ogni dualismo, è ora ricettivo all’eeesperienza dell’illuminazione. L’ottava icona è un cerchio vuoto che nel Chan rappresenta la vacuità, il conseguimento dell’illuminazione. Pur essendo questo il momento culminante del processo di realizzazione, questo è ancora il passaggio che permette “il fiorire dell’essere” per poter ritornare nel mondo con un cuore aperto.

Nell’icona seguente, dopo aver percepito nell’immagine del cerchio vuoto la molteplicità come unità cosmica, torna a vedere le cose nella loro natura come unità nella molteplicità ora pura e meravigliosa.

Nello stadio finale l’uomo, completamente libero, ritorna nella “piazza del mercato“ per aiutare gli altri esseri umani con la sua sola presenza luminosa e illuminante. È diventato un Bodhisattva che porta a compimento il voto del Buddha al momento di entrare nell’immensa felicità del nirvana: “Per quanto numerosi siano gli esseri senzienti, faccio voto di salvarli tutti”.

 

In molti testi buddhisti ritorna la metafora della ricerca come addomesticamento di un animale. L’idea del domare e addomesticare si trova in molti testi buddhisti con l’espressione “spirito da domare“.

E attraverso la ricerca, il ritrovamento e l’addomesticamento del bue che si raggiunge l’illuminazione già presente ma non ancora evidente. L’uomo che cerca il bue è l’uomo che ad un certo momento dell’esistenza si rende conto che c’è qualcosa al di là delle molteplici apparenze della vita materiale, che va indagato, analizzato e unificato per raggiungere la pienezza dell’essere. Il principio fondamentale che caratterizza il buddhismo è che “ogni uomo sulla Terra è partecipe della saggezza e della natura del Buddha e solo per ignoranza e per i vari attaccamenti che non può arrivare all’illuminazione, poiché ognuno è un risvegliato che non sa di esserlo”.

Quindi l’uomo è già Buddha, è già il Sé. Si può dire che l’uomo che cerca il bue è il sé che cerca il Sé. Ovvero è il sé apparente che cerca il Sè reale. Nella psicologia Chan il sé apparente e il Sé reale non sono differenti, ma visioni diverse di un’unica realtà: la natura di Buddha.

La pratica è addestrarsi a riconoscere la falsa visione del Sé che abbiamo e quando il bue scompare vi è il dissolversi completo di questo senso dell’io, del sé. Questo è il significato dell’ottava icona, il cerchio vuoto che rappresenta il wu-wei taoista, il simbolo della “non-azione”. Il non-sforzo, la spontaneità non hanno un senso negativo ma indicano un agire secondo Virtù, secondo una intelligenza superiore, la regola celeste. È un agire che nasce dal fiorire spontaneo dell’essenza profonda e che si innesta nella corrente cosmica dell’esistenza. È l’esperienza dell’armonia tra gli opposti, tra lo yin e lo yang, in parole povere fare le cose giuste al momento giusto.

Quindi il “non agire” non è un invito alla passività o al fatalismo, ma un’affermazione di slancio vitale e di saggezza pratica che non esclude il combattimento quando è necessario. La pratica del wu-wei si ha quando si riposa nel Sé, quando l’io egocentrico si vuota e si raggiunge una visione profonda della realtà. Il risveglio comunque è già presente, l’uomo deve percorrere un cammino attraverso il quale riscoprire l’inesprimibile “natura di Buddha”, da sempre nascosta.

L’uomo sente intuitivamente questa presenza come virtualità o potenzialità della sua forza vitale, della sua forza spirituale. La via è la vita e la mente, attraverso la pratica, ricerca proprio tale via per accedere alla vita.

Dalla connessione mente-pratica-via-vita nasce l’ “uomo consapevole”: “Quando ci si distacca da mente e corpo e non si brama più fama e lucro, quando si è diventati come la mente degli uccelli che cantano sugli alberi, allora tutte le attività della vita diventano pratica. Quando non vi è più distinzione tra sacro e profano, tra meditazione e vita, tra vantaggioso e svantaggioso, ogni gesto allora è pratica per l’apprendimento della via. È imparare ad allevare un bue“.

L’aspetto più evidente della via indicata da Dogen (1200-1253) è l’insistenza su una assoluta serietà e impegno senza mezze misure o gratificazioni. Egli esigeva la stessa concentrazione e lo stesso zelo con cui “si cerca di segnare i propri capelli che stanno andando a fuoco“. Questa pienezza dell’essere come scopo ultimo si trova in più tradizioni filosofico-religiose, ora è chiamata illuminazione, ora liberazione, santità, nirvana, Vera natura…

La via per raggiungere questa unificazione è appunto il percorrere questo grande cammino che è la vita, cammino che consiste nel porre le giuste domande: “Contemplate voi stessi e le vostre domande e potrete conoscere la risposta“.

Il buddhismo Chan è uno strumento di unificazione, non è un assoluto al di fuori del soggetto ma il Sé, il centro profondo, per cui il cammino non è una ricerca esteriore ma è “un ritorno all’origine“.

Per concludere si può dire che la storia descritta in queste dieci figure “è il nulla che ricerca il nulla attraverso il nulla“, è il sé che cerca il Sé attraverso il sé. Questo paradosso si può comparare con il testo della prima icona: “Non c’è nessun cammino verso la liberazione, perché noi non siamo mai stati prigionieri. Non c’è bisogno di andare né di tornare da nessuna parte, non c’è niente da fare, l’uomo non deve fare niente direttamente per provare la sua libertà totale e infinitamente felice. Semmai ci fosse qualcosa da fare sarebbe indiretto e “negativo“. Ciò che viene da capire è l’illusione distruttiva di ogni via che ci si proponga. Allora la via reale è che non c’è via, non c’è da andare in nessun luogo perché dall’eternità si è stati il centro unico e il principio di tutto”

 

 

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