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Tutto dalla mente, tutto dal corpo – Rodolfo Savini

 Tutto dalla mente, tutto dal corpo

Nel Buddhismo si centra l’attenzione del praticante sul ruolo della mente.

 

Nel pensiero scientifico la mente è strettamente connessa ad individuare dati ripetibili e verificabili. Si fonda sull’oggettività dei risultati. Ogni ulteriore indagini è sempre materiale per definire con più precisione il confine di questo sapere scientifico. Un presupposto base di questa strada conoscitiva consiste nel ritenere che lo scienziato, colui che indaga, sia un osservatore neutro, anche se l’intuizione è sempre il filo latente di ogni progetto conoscitivo.

 

Se l’osservatore non avesse una sua costante stabilità anche l’oggetto potrebbe non averla. Ciò potrebbe facilmente accadere quando si ha a che fare come dimensioni psicologiche. Certi test misurano solo una parte delle potenzialità della mente, quella razionale e oggettiva, comunque trascurano necessariamente la dimensione emotiva del soggetto. Un macchinario misura sempre secondo parametri confrontabili, così come un test pone dai quesiti prestabiliti, ma la mente dell’uomo non si comporta così.

 

Più questo modo di procedere si focalizza più si rende possibile valutare oggettivamente connessioni che aprono nuovi spazi alla scienza. Ora anche il Dalai Lama, ma anche altri monaci, si sono prestati ad indagini scientifiche volte a misurare dati che emergono nella mente in virtù della meditazione. Ed effettivamente delle importanti informazioni sono state e saranno raccolte per definire particolari connessioni cerebrali.

 

Il Buddhismo ritiene che oggetto principale di indagine sia la mente nei suoi cambiamenti. Se osserviamo l’instabilità dei nostri giudizi come fattori conoscitivi notiamo la loro mutevolezza nello spazio (ora mi piace – ora non mi piace – ora non mi interessa) e ancor più nel tempo (ero – sono – sarò) allora ci accorgiamo che cambia anche il soggetto.

 

Qui ci stiamo muovendo verso ai confini della psicologia. Come la psicologia si protende verso il paziente avvalendosi del filtro della propria scienza così il Buddhismo si volge verso un oggetto assai più ampio per mezzo della meditazione.

 

L’esperienza buddhista dell’impermanenza comprende e abbraccia la strettissima interconnessione tra ogni evento. Nulla esiste in sé e per sé, ma tutto esiste in una relazione in cui “soggetto” e “oggetto” sono entrambi pervasi e immersi in un continuo divenire. Nulla è.

 

Pur essendo questo un presupposto fondante dell’esperienza conoscitiva del Buddhismo, non si può negare che anche qui riemerge il “fattore scientifico ” pronto ad interpretare la realtà secondo un proprio schema: sono le numerose “scuole” che caratterizzano il panorama buddhista.

 

L’insegnamento del Buddha guida il discepolo a vedere la realtà  “attraverso” l’impermanenza. Ovviamente il termine “realtà ” allude al fluttuante panorama conoscitivo del praticante, non ad un qualcosa di oggettivo. Andando oltre  anche questa “lettura” si scioglie nell’esperienza diretta di una interrelazione in cui i fattori soggetto/oggetto mutano entrambi.

 

Quando prendo coscienza che la realtà esterna è in continuo mutamento, ampliando via via questa esperienza, mi accorgo che anche l’ “io”, il soggetto conoscente, è mutevole. È l’esperienza del non-io. L’io perde la “consistenza” che abitualmente gli assegnamo.

 

Giungendo a questa esperienza quale prerogativa può essere assegnata alla mente? La mente non è più un veicolo affidabile. La mente allora si dovrebbe “rendere conto” che la sua stessa natura si dissolve nell’impermanenza. Esiste solo un perenne divenire. Allora la mente dovrebbe avere l’umiltà di disciogliersi in questo mare, lasciando la sua prerogativa di “interprete” del divenire. Il fine non è quindi il nirvana inteso con realtà altra, ma il nirvana è questo mare in cui immergersi, con un atteggiamento diverso.

 

Non è un ritorno all’ignoranza, all’avidya, al karma, al dolore del perenne ruotare del samsara, del perenne divenire. La mente diviene “entrambi”, la saggezza accetta di dissolversi nel samsara ma così facendo il samsara perde l’irrequietezza della sue onde e si fa superficie via via più tranquilla. È la via della pace.

 

Anche se questo non dovesse accadere, ogni onda viene pervasa da questo inaspettato anelito, quello dell’amore, anzichè quello dell’estraniamento o della sopraffazione. Nulla esce dal cerchio del divenire. Tutto è qui, tutto va vissuto e scoperto nell’armonia di quel sorriso celato nel cuore che con serenità “vede”, sia l’irrequietezza, sia la calma, sia la nebbia. È questa l’esperienza del capovolgimento del senso del vivere, è questa l’aurora di una liberazione che sa accogliere, trasformare e donare il senso del vivere.

Rodolfo Savini

 

 

 

 

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