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Né questo, né quello – da una antica Upanishad, la Bṛhadāraṇyaka Up° (II,iii, 6 e altri)

Per colui il quale così conosce la prosperità splende come un lampo improvviso. Dopo di ciò vi è la domanda: “neti, neti [non così, non così]”. Si dice così perché, al di là di costui al quale si è alluso col “no”, nulla di altro vi è. Il suo nome è la realtà del reale. Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad II lettura – iii,6

 Da questi pochi versi che traiamo dalla Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad prenderà avvio una riflessione spirituale ed esistenziale che non si è più conclusa e prosegue ai nostri giorni. “Neti, neti” è il sandhi, cioè la fusione di “na-iti, na-iti” cioè “non-questo, non-questo”, una negazione radicale dei due opposti resa più chiara dalla traduzione più usata, “né questo, né quello”. Può sembrare un capriccio eppure vi è all’interno di questa esclusione reciproca una sapienza che risale a più di 700 anni a.C.

E’ vero che tra le due alternative si trova la soluzione in una sintesi, e questa a sua volta ci ripropone una nuova scelta tra opposti. La scienza ne è testimone. Ogni scoperta ci apre a nuove scelte. E questo sin dalle decisioni più semplici. Il carattere duale o ancor più complesso della mente, il suo policentrismo, la rende incapace di comprendere, o meglio di lasciarsi andare, di scivolar dentro a questo paradosso.

Per ora è ancora impossibile, e forse lo sarà per sempre, che la mente possa uscire dal dualismo. Anche il nostro corpo ha una struttura in gran parte duale, due gambe, due braccia e così di seguito, anche se vi sono importanti eccezioni, il cuore, lo stomaco, e così ancora pronti a contraddirlo.

Eppure il “neti-neti” tira dritto per la sua strada. Si può individuare nella mente la capacità di discernere e quindi di scegliere tra i due poli o di ‘vedere’ quale via intraprendere. Questo processo potrebbe giungere a quel confine ultimo circa la natura delle cose, circa la natura dell’essere umano. In certe scuole, come nel Samkhya e nello Yoga per esempio, la mente giunge a discriminare, tra la materia pur sottile della mente, della buddhi e la pura luminosità del Testimone, del Purusha. Nel Buddhismo invece l’analisi, la consapevolezza di questo dualismo, si spinge a vedere che tra ogni cosa, tra ogni particella vi è soltanto la profondità dello spazio, il nulla ovvero la vacuità in cui tutto è contenuto, tutto è o al contrario tutto non-è.

In ogni caso la capacità discriminativa della mente giunge ad un ostacolo insormontabile, dove l’attende solo il salto verso il senza-forma, il senza-tempo, il nirvana. E’ il trionfo del “neti-neti”, non c’è più conoscenza, non c’è più nulla da conoscere, c’è solo pienezza, c’è solo vacuità, il paradosso è giunto alla sua meta. La mente disarmata si arrende all’incondizionato, a ciò che è libero da ogni connessione di causa-effetto.

“Neti, neti” è l’indice puntato verso l’inizio e la fine di ogni cosa, verso il senza-tempo e il senza-forma. Verso quella dimensione che non è né al di là della nostra esistenza né il segreto celato in questa esistenza, è ovunque, tutto pervade, sa sciogliere e riunificare eppure è indicibile. Nel voler esprimere questa esperienza non trovo gesto migliore del namasté, tra quelle mani che si giungono filtra la saggezza del “neti, neti”. Il Buddha, allorché i discepoli chiedono ansiosi si conoscere il senso dell’esistenza, del nostro essere-qui, da terra prende un fiore e in silenzio lo mostra.  Nessuna parola può esprimerne l’essenza.

  Questo è quel brahman indicato con le parole “no! no!” [neti, neti], ineffabile perché non può essere ghermito, indistruttibile perché non può essere distrutto, inattaccabile perché a nulla è attaccato, svincolato perché è saldo ed illeso. Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad III, ix,27 e IV, ii, 4

Per quanto si riferisce allo atman, questo può venire alluso soltanto dalla negazione: “no! no!” [neti, neti]. Inafferrabile perché non può essere ghermito, indistruttibile perché non può essere distrutto, inattaccabile perché a nulla aderisce, esso è libero, e quindi è salto e illeso. Esso non può essere dominato dai due pensieri: “ho fatto il male, ho fatto il bene”, perché all’uno e all’altro è esso superiore. Non lo angustiano le azioni compiute, né si preoccupa per quelle che ha omesso di fare. Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad  IV, iv, 22

 Testo di Rodolfo Savini

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