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La giovane foglia e la foglia morta sono assolutamente una – Thay “Unità”, nota a piè pagina

Qundo morirò 

cercherò di ritornare da te
il più in fretta possibile.
Ti prometto che non ci vorrà molto.
Non è forse vero
che sono già con te,
morendo ogni istante?
Ritorno a te
in ogni momento.
Guarda, senti la mia presenza.
Se hai voglia di piangere, piangi.
E sappi che piangerò con te.
Le lacrime che versi
guariranno entrambi.
Le tue lacrime sono le mie.
La terra calpestata questa mattina
trascende la storia.
Sia primavera che inverno sono presenti nel momento.
La giovane foglia e la foglia morta sono assolutamente una.
I miei piedi toccano il senza morte,
e i miei piedi sono i tuoi.
Cammina con me.
E entriamo nella dimensione dell’unità
e guardiamo il ciliegio sbocciare in inverno.
Perché parlare della morte?
Non ho bisogno di morire
per tornare da te. 

Una riflessione.

Quanto è bello morire e, come una foglia, prestarsi a tornare come gemma per nutrire l’albero della vita. Thay riesce in questo intento, lui è cielo, nuvola, the, … allo stesso tempo. Ma è una condizione dell’impermanenza di cui lui stesso è partecipe? Certo è una sua esperienza perchè il suo amino è trasparente e puro, senza le scorie dell’ego, libero e sempre aperto ad assumere tutte le forme. In nessuna si sofferma e in ogni forma è riconoscibile. Mi insegna ad avere uno sguardo capace di nutrirsi del fluire delle cose. Emerge il non-io, un velo cala sull’impulso del “io voglio”. In Gesù questo messaggio è più difficile da scorgere perché ad ogni momento fa riferimento del Padre che è nei Cieli. Una dimensione questa che travalica il divenire. Gesù, nelle lacrime, accenna ad un sorriso indicando il Cielo. Buddha sa che la vita è impermanenza, che ogni aspetto della vita fluisce e fluisce, senza inizio e senza fine. La bellezza e la gioia indicata dal Buddha è in quel bel gesto che lui fa rispondendo in silenzio alle molteplici domande sull’esistenza che gli venivano fatte. Cogliere una rosa e mostrarla ai discepoli. Se non piango commesso davanti a quella foglia è perchè l’insegnamento di Thay non è ancora masticato e masticato. Thay mi insegna a piangere dalla commozione, dalla meraviglia davanti al bello, ma anche davanti a ciò che usualmente è considerato indifferente, sino a commuoversi profondamente davanti alla sofferenza. L’onda della benevolenza diviene quella della compassione ed entrambe esprimono, nella loro fusone, la gioia di averle nel cuore. Anche se ne avessi una sola, rimbalzerei tra le onde del samsara. Nella mia meditazione già era presente Thay, anche quando cioè era vivo e visibile. Che dire poi degli altri maestri, degli altri saggi che in Oriente e in Occidente hanno aperto il loro cuore verso il mondo, il vivente? Ciò che li differenzia è l’esperienza dell’impermanenza, punto centrale dell’insegnamento di Thay e in genere del buddhismo. L’apice della sua ricerca è per me il gesto della sua mano nel toccare terra. Essa viene chiamata a testimone delle sue parole. Ecco un punto su cui medito, in quel toccare terra vi è la coesistenza di quei due volti cui facevo riferimento. Non abbiamo la parola per esprimerle assieme, sono inevitabilmente due. La rosa mostrata nel silenzio ai discepoli esprime un messaggio. La fragranza della rosa mi insegna, nel guardarla con intensità, che prima non era e poi non sarà più. Nel momento in cui la mostra c’è tutto.
 
N.b. – problema non risolto: sono insegnamenti questi che è difficile condividere con altri. Possono sembrare solo elucubrazioni per una borghesia che non si deve preoccupare del pane quotidiano. Più in dettaglio, perchè non fa i conti con chi, schiacciato dalla povertà, soffre della mancanza di questo pane e quanti, accecati dalla ricchezza, lo gettano perchè ormai secco!  Sono consapevole di questo e mi rassegno per ora a ricucire questi lembi lacerati.

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