Siddhartha, Barlaam e Iosafat
Si legge in un commento al Milione di Marco Polo che, imbattendosi in una delle prime menzioni del Buddha, pensò bene di vergare una nota “comparativa” a margine: “Questo asomeia alla vita de san Ioasaf (…) segondo chome se legie nella vita e llegenda di sancti padri”.
Vorrei avviare un confronto tra l’esperienza del Buddha, storicamente definita e vitale tutt’ora in più continenti, e l’esperienza medievale di Barlaam e Iosafat, protagonisti di una storia ritenuta più o meno autentica fino al XV e riconosciuta come opera letteraria solo a fine ’800. Anche oggi la Chiesa ortodossa la ricorda il 26 agosto e anche la Chiesa cattolica l’aveva lasciata nel martirologio per il 27 novembre, poi accantonata nel 2001 quando venne definitamente riconosciuta dalla Chiesa solo una lettura edificante.
A parte queste considerazioni mi interessa in particolare quella che fa riferimento a Barlaam e Iosafat e che costituisce una riproduzione in termini cristiani delle principali vicende della vita del Buddha. In Occidente era giunta da Bisanzio, dov’era nota come “Storia di Barlaam e Iosafat”, chiosata nei manoscritti come “Storia utile all’anima, recata dalle più remote plaghe della terra degli Etiopi, detta anche degli Indiani”. Oggi il sottotitolo dell’opera prende il nome “La storia cristiana del Buddha”.
Le accomuna l’esperienza della ricerca spirituale, dell’insoddisfazione delle risposte e della ricerca della risposta. Mi atterrò esclusivamente ad esaminare quest’aree, senza entrare, è chiaro, nelle altre dimensioni della vita religiosa.
Entrambi furono principi di una ricca e potente famiglia reale. Suddhodana, il re dei Shakya è padre di Siddhartha e il re Abenner è padre di Iosafat, entrambi indiani. La storia di Suddhodana è reale, quella del re Abenner verrà riconosciuta dopo il XVI come lettura edificante ma romanzata.
Entrambi vivevano in un ambiente di agio in cui i genitori li avevano in qualche modo relegati affinché non vedessero la drammaticità dell’esistenza.
Il primo, Siddhartha, era mosso soprattutto dall’esigenza di conoscere che cosa vi fosse fuori dalla reggia, il secondo, Iosafat, pur avendo fatto una esperienza analoga, fu stimolato dall’incontro con la figura dell’eremita cristiano Barlaam.
Siddhartha metabolizzava ogni esperienza tornando alla reggia, anche Iosafat si comportava allo stesso modo, solo che in più aveva il supporto dell’eremita cristiano Barlaam e delle domande che seminava nel suo animo. Nell’insegnamento che ritroviamo nel Bodhicaryavatara era lo stesso Siddhartha ad interrogarsi su ciò che gli accadeva. Per Iosafat vi era un continuo confronto con gli insegnamenti dell’eremita Barlaam, raffigurazione cristiana del Buddha. Entrambi trovarono ciò che cercavano. Sia Siddhartha che Iosafat sperimentarono i diversi momenti dell’esistenza, la vecchiaia, la malattia e la morte. Siddhartha lasciò la vita di corte per diventare monaco errante e, dopo molteplici esperienze, un Buddha. La domanda cristiana di Iosafat fu sostenuta dagli insegnamenti dell’eremita Barlaam. Ricordiamo che il termine “Iosafat” deriva da quello sanscrito di “Bodhisattva”, di colui che opera per il bene di tutti gli esseri, così come il nome “Barlaam” deriva etimologicamente da quello del “Buddha”.
Pur nel differente radicamento storico e nelle diverse esperienze, è affascinante pensare a questo parallelismo e lo è ancor di più pensare che all’inizio del XI sec. la vita di Siddhartha sia stato presa ad emblema di quella cristiana di Barlaam e Iosafat.
Da questo rapido confronto si può dire che l’esperienza di entrambi fu caratterizzata dall’insoddisfazione e dalla sofferenza vista e intimamente sperimentata nel proprio animo. Nella vita di Iosafat, la spinta al cambiamento avvenne soprattutto dall’esterno, tramite l’insegnamento dell’eremita Barlaam. In quella di Siddhartha, invece, la presa di coscienza della sofferenza nasce da un’esperienza diretta e interiore del principe Siddhartha, che lo porta a cercare autonomamente la via della liberazione.
Il risultato fu che “Storia utile all’anima, recata dalle più remote plaghe della terra degli Etiopi, detta anche degli Indiani” è una delle opere più affascinanti e influenti del medioevo, una sorta di summa del sincretismo generato dalla civiltà di Bisanzio. Questa si rivela, ancora una volta, crocevia e ponte fondamentale tra Oriente e Occidente e non solo. Uno studioso contemporaneo di questo testo, Robert Volk, nell’introduzione al volume di Barlaam e Iosafat lo definisce non a caso il “deposito di saggezza interconfessionale” e “patrimonio spirituale universale”.
Il video seguente è stato prodotto presso l’Archivio della Biblioteca di Brera, la Briadense, in particolare dalla dott.ssa Anna Torterolo, al cui lavoro si rimanda per un quadro complessivo sull’opera. Stranamente qui non si fa mai alcun esplicito riferimento alla storia del “Buddha cristiano”. Si cita brevemente l’influenza che quest’opera ha avuto sulla produzione letteraria di Herman Hesse che ha trovato qui stimoli per il suo “Siddhartha”.
Nella parte intermedia di questo video, precisamente ai min. 23,04 – 48,50, vi è un bellissimo esame dell’opera in cui figurano molteplici riferimenti alla vita di Siddhartha, pur intercalati dalle finalità cristiane del testo, si pensi alla figura dell’eremita Barlaam. Nella parte centrale del “Buddha cristiano” ricorrono miniature del XV sec. con delle immagini davvero molto toccanti per il loro semplice tratto che davvero rendono l’opera, come dice la curatrice Anna Torterolo, dedicata a tutti, dagli adulti ai bambini.
Riferimenti
(392) Barlaam e Josaphat – YouTube.html
https://youtu.be/WxIBrQYXRuk?t=1408
Barlaam e Iosafat – Biblioteca Briadense – Anna Torterolo
min. 23.40 -48,50
Brani e immagini relativi alle miniature
L’uscita dalla reggia
Per entrambi, Siddhartha e Iosafat, esisteva solo il mondo all’interno della reggia colma di delizie. I loro padri volevano proteggerli dal responso degli indovini che avevano tracciato per i due giovani prospettive diverse da quelle che loro si aspettavano. Un indovino aveva predetto al re Suddhodana che suo figlio Siddhartha avrebbe potuto vivere seguendo due vie divergenti, o diventare un grande re o, vedendo i dolori dell’esistenza, diventare un Buddha. Il re Abenner, padre di Iosafat, era pagano e anche lui, attenendosi al parere degli astrologi, temeva che il figlio si sarebbe potuto convertire al cristianesimo.
Et quando ello passarà per la cità
non sia vechio né vechia
cieco, zoppo né stropiato
né infermo de qualuncha infermità
voglia si sia
el quale ardisca de comparire
né a uscio né a fenestra
per niuna casone
et tucti li belli gioveni et belle giovane
senza diffecto né magia alcuna
debbano stare per le contrate
alli usci et alle fenestre
cantando, sonando, ballando
et facendo grandissime feste
per la venuta del suo unico
figliolo Iosafat
L’incontro con la malattia e la vecchiaia
In quest’altro episodio Iosafat esce furtivamente dalla reggia e fa tre incontri che sono poi quelli propri di Siddhartha. Fin qui le esperienze di Iosafat collimano passo passo a quelle di Siddhartha. Nel quarto incontro le vie divergono. Siddhartha conobbe degli asceti da cui prese avvio la sua ricerca, mentre Iosafat incontrerà un eremita, Barlaam, che lo guiderà nel suo cammino spirituale. Riproduco sia un’immagine dell’incontro sia parte del testo che lo commenta.
Et andando Iosafat per la pianura
cum grandissimo piacere,
passò per una via appresso una fontana
ne la quale erano dui homini vechi,
uno ciecho et l’altro leproso,
li quali domandavano helemosina.
Vedendo Iosafat questo doi homini
presto ritiene el cavallo
et cavagliero suo compagno,
non havendo
mai più veduto tali homini
et disse ad uno cavagliero:
“Che homini sono questi
tanti bruti et così contrafacti?”
Rispose el cavagliero dicendo:
“Signore, questi sono homini
come noi ma l’uno è cieco e l’altro è leproso”.
Disse Iosafat: “Non nasceno
tucti li homini sani et illumunati?”.
Rispose el cavagliero:
“Signore, l’homo nasce ceco,
zopo, asidrato et mancho,
belo, bruto
secondo la voluntà de Dio.
El ceco è nato
in questo modo
la casone non si sa
e il leproso è nato sano
e poi per mala natura
o per troppo mangiare
o per cativi cibi
è incorso in questa infermitate”.
Iosafat disse: “Potrebbe accadere
questa infermità a uno de noi doi?”
Rispose il cavagliero:
“Molti homini nascono sani
et poi li viene questa
o altra infermità,
et così potria venire
ad uno come ad l’altro
a voi et a me et ad alcuna persona
et molto è tenuto
a ringraziare Idio
colui il quale è sano
et senza difecto.
Le distrazioni dalla via
Qui riproduco, traendo sempre dal materiale della Biblioteca Briadense di Brera, alcune immagini tratte dall’opera della dott.ssa Anna Torterolo. In queste immagini il miniatore del XV sec. riproduce le tentazioni “buddhista” di Mara. Qui sotto ho riportato alcune immagini con cui il tentatore cercherà di dissuadere il giovane Iosafat, che potrebbero qui benissimo riferirsi a Iosafat come a Siddharta, dal perseguire la vita ascetica. In questa miniatura, Iosafat è tentato da un piccolo diavoletto con la coda arricciolata che tenta di indurlo ad assecondare le passioni e l’attaccamento.



