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La “silente chiarezza”, Tae Hye sumin

Indicazioni per la pratica di Dharma, luglio-agosto 2026 (2570 E.B.):

diversi aspetti della meditazione

Nella meditazione Buddhayana bisogna dare uguale importanza
sia alla pratica di shamatha (calmare la mente) che a quella di anupashyana (consapevolezza,
chiara visione).

All’inizio, si può coltivare shamatha per raccogliere una mente
dispersa e concentrarla in un unico oggetto. Gli oggetti della concentrazione più
classici nel mondo buddhista sono: il respiro, la recitazione mantrica e la
contemplazione del Buddha. Però, gli oggetti nei quali assorbire la propria
concentrazione possono essere i più svariati e creativi. Si può per esempio
ascoltare un suono ritmico e rilassante come la risacca del mare, etc…

In seguito, attraverso la pratica contemplativa, o anupashyana, si fa emergere la
saggezza per ampliare la mente e sviluppare l’intuizione sulla natura di tutto ciò
che sta succedendo nel corpo, nella mente e nell’ambiente.

L’osservare il flusso
dei fenomeni porta alla realizzazione della natura impermanente ed
interdipendente di tutti i fenomeni. Questa è vipashyana, chiara visione.

Un praticante può alternare shamatha e anupashyana. Si può paragonare a salire
le scale, riposandosi dopo ogni gradino. Salire le scale è anupashyana e fermarsi
è shamatha. Praticandole entrambe alternativamente, la propria abilità
progredirà fino al livello in cui tutte e due le pratiche si fondono in un unica
meditazione.

Nel Chan quest’unica meditazione prende la forma della “silente
chiarezza”, cioè solo essere senza un oggetto particolare, oppure assorbirsi nella
domanda esistenziale (hwadu), per esempio “cos’è questo momento, qui ed
ora?”, “chi è che sta meditando/parlando/provando rabbia ecc?”, “mu?”…
Mantenendo questa domanda soprattutto quando la mente comincia a vagare.

Questa pratica di assorbimento non-duale è presente anche in altre scuole: nella
pratica di Mahamudra, e nella contemplazione Rigpa, appartenente a due
differenti tradizioni tibetane. Nel Theravada la consapevolezza senza scelta, cioè
li culmine della pratica di anupashyana, che è praticamente come lo stato di
silente chiarezza”.

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