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Trimle apr – giu 2006 n°2 Anno VIII

  • Gli impedimenti, oltre ed altro di Ludovico Petroni
  • Educarci a superare  le emozioni distruttive con la pratica Buddista. Luciana Favorito
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    Il desiderio – Gli impedimenti- oltre ed altro

    di Ludovico Petroni 

    (Prosegue e conclude i trimli. n° 4/04, 1-2-3-4/05, 1/06)

     Il contesto in cui è possibile guadagnare confidenza con il proprio intimo, attraverso il desiderio e gli altri impedimenti è il ritiro intensivo silenzioso.

    Il primo passo da compiere è riconoscere che ciò che ci sta disturbando è desiderio. Il contesto di meditazione intensiva in cui siamo immersi, dovrebbe consentirci di vedere il desiderio come un qualcosa che intralcia e cominciare a contribuire allo sgretolamento della tanto cara e profonda credenza che, avendo tutto ciò che vogliamo, potremo essere felici, per cui cerchiamo l’eccitamento della miglior immagine, il miglior suono, il cibo più delizioso, il miglior partner… In tutto ciò finiamo per posticipare la felicità in qualche futuro momento, cadendo nel percorso mentale del “…Se solo…”

    “Se solo” avessi i soldi per viaggiare, allora sarei felice”, “se solo avessi la mia bella casa, allora sarei felice”, “Se solo incontrassi il partner giusto, allora sarei felice”, “se solo avessi un cuscino più morbido su cui sedere in questo ritiro, allora sarei felice”, “se solo incontrassi un vero maestro, allora sarei felice”. Se solo avessi questo… se solo avessi quello… e se invece la pace consistesse nell’assenza di desiderio?

    Ad un livello più sottile si può desiderare di raggiungere una condizione di serenità o di concentrazione meditative o altre mete spirituali di cui si è sentito parlare.

    Nell’austerità la mente finisce per sfogarsi in quei momenti “liberi”, che liberi non sarebbero. Tantissima aspettativa finisce per rimanere intrigata al momento della pausa pranzo, sul cibo.

    Si comincia a cercare con l’olfatto qualche traccia di quel che godremo già un’ora prima. “Speriamo che ci sia la pasta” e parte la salivazione. A volte, anche deliberatamente si lascia partire qualche treno che va parecchio lontano. Una volta, durante un ritiro nella giungla nel Nord della Tailandia in cui una tribù di Lahu si prodigava di cucinarci cibo nutriente ma non particolarmente sfizioso, mi prese la fissa dei bomboloni. In un viaggio che portò 15000 miglia ad Ovest, nella cucina di casa mia, per un discreto periodo del ritiro, le mie papille gustative con tutto ciò che fisiologicamente ne consegue, fino a determinare il tipo di olio o la pentola più adatta per friggere decine di bomboloni che non videro mai la luce.

    Steve Weissman fece meglio: durante un ritiro in cui passava da una pasticceria all’altra decise di rompere la regola del ritiro. Prese carta e penna ed annotò tutte le paste ed i dolciumi che gli capitasse di agognare. Alla fine del ritiro si presentò in pasticceria con la lista della spesa. Comprò il tutto, assaggiò qualcosina e, pacificamente lasciò l’ambito resto ad una banda di ragazzini.

    Il desiderio più agognato, sperimentato dai più, è il suono della campana di fine seduta che venga a liberarci da autoinflitta tortura.

    Nel silenzio immacolato, qualcuno comincia a sognare e a prodursi in casa la musica canticchiando tra sé le melodie preferite. Altre volte, una mente molto concentrata  arriva a distorcere dei suoni rendendoli più familiari, ad esempio attribuendo un ritmo ad un suono che ne è originariamente privo, come il rumore costante e monotono delle pale di un ventilatore.

    Ciò può essere facilitato dal fatto che certe facoltà percettive si acutizzano. Per alcuni per quanto riguarda stimoli uditivi (si sentono rumori lontanissimi), per altri gli stimoli olfattivi (si percepiscono più intensi odori spesso propri).

    V.R. sta per Vipassana Romance. Non credo che sia un’invenzione dei Weissman,  che nel loro centro su di un ‘isola della Tailandia accolgono moltitudini di viaggiatori nel fiore degli anni. E’ l’infatuamento, l’innamoramento per qualche partecipante al ritiro. Siccome è improbabile che si tenga costantemente lo sguardo a terra, due metri davanti a noi, è possibile rimanere attratti da qualche bellezza. Magari per combinazione gli sguardi s’incontrano (questa occasionale esperienza può rivelarsi così intensa da risultare spiacevole) e magari si comincia a pensare che anche lei/lui può essere interessato/a, e chissà quanti interessi si possono avere in comune, fatti l’uno per l’altra. Anche qui, se non si riconosce per tempo V.R.=desiderio si comincia a cercare la vista del nostro partner potenziale. Magari ci si fa più vicini nella fila per prendere il cibo e si finisce per speculare sui dettagli della nostra futura convivenza e matrimonio. Di solito si scopre che V.R. collassa alla resa dei conti della realtà del post ritiro. Ma è stato segnalato almeno un caso di V.R. coronata da matrimonio nell’immediata fine del ritiro.

    A volte appare chiaro che deliberatamente si decide di ingannare il tempo e se stessi dando il via alle fantasie: siamo in Tailandia e sogniamo cibo birmano, o i paesaggi del Nepal, ove potremmo andare nella prossima stagione, con un certo bagaglio, con un certo amico… ecc. ecc.

    Oppure siamo a Pomaia e deliberiamo di progettare lo stesso soppalco che si trova nella sala di meditazione a casa nostra, con che tipo di materiale, quando conviene farlo ecc.

     Qualunque sia la variante dell’aspetto, occorre cercare di riconoscere il desiderio come tale e di usare quegli accorgimenti, che ormai sono finiti nei numeri precedenti di questa pubblicazione, che auspico possa continuare, nonostante io continui ad intasarla. Cioè cercate di riconoscere il desiderio senza giudicarlo, poiché la qualità condannante della mente non porta con sè quella Compassionevole Comprensione che ci farà vedere la mente come un dinamico processo di condizionamenti. L’altro atteggiamento da cui guardarsi è l’indulgere, il lasciare che i pensieri fluiscano ad alimentare il desiderio.

    Con gentilezza e con pazienza, dei desideri vedremo l’impermanenza, cominceremo a vederli meno concreti, meno nostri e più facili da lasciar andare

     

     

    Educarci a superare  le emozioni distruttive con la pratica Buddista di Luciana Favorito

     

    La nostra cultura e tradizione filosofica occidentale cartesiana, ha portato ad una formulazione estrema del dualismo tra spirito e materia, fondando la concezione della natura su una fondamentale separazione tra due realtà distinte e indipendenti, quella della mente (res cogitans) e quella della materia, (res extensa) del corpo. Questa separazione “Cartesiana” dell’uomo, tra la mente in cui egli si è identificato, (cogito ergo sum) come un “IO” ISOLATO dal resto del proprio corpo e della natura, e la materia, ha prodotto  un dualismo tra corpo e mente. Questa frammentazione interna dell’uomo, rispecchia però  anche la sua concezione del mondo esterno, che è visto come un insieme di “oggetti”  ed “eventi” separati, che vivono di una loro identità, di un proprio sé, senza essere in nessuna relazione tra di loro. L’evoluzione di questo paradigma filosofico e scientifico, ispirato ad una concezione “meccanicistica” del mondo e della natura, che per fortuna  in questi ultimi decenni l’evoluzione della fisica (che rappresenta la  base della scienza della natura, di cui la specie umana fa parte) ha messo seriamente in discussione, ha maturato una cultura orientata verso la consapevolezza e la prevenzione della salute fisica del corpo, ma non altrettanto verso la consapevolezza e la prevenzione della salute mentale. Nel mondo occidentale si investono ingenti risorse finanziarie per attuare politiche di informazione ed educazione alla prevenzione della malattia e della disabilità fisica, ma non si fa altrettanto per informare, educare e sviluppare nelle persone, un’atteggiamento sano, consapevole e responsabile verso il proprio benessere mentale e la  prevenzione del disagio psichico. In questi ultimi anni, attraverso le “linee guida” medico scientifiche, si è sviluppata una intensa branca della letteratura scientifica occidentale, dedicata alla divulgazione di  corretti stili di vita, allo studio, alla  ricerca e alla prevenzione primaria  delle malattie  acute e croniche più frequenti, che presentano un’elevata incidenza sui costi sociali che i governi occidentali sono costretti ad affrontare, con  budget finanziari decisi dalla banche mondiali sempre più esigui. Tuttavia, non si investono altrettante risorse intellettuali e  finanziarie, per sviluppare e attuare “linee guida” su stili di vita, orientati alla  prevenzione primaria del disagio e della malattia mentale, i cui costi sociali sono anch’essi  molto elevati. Né la scuola, dove pure si attuano programmi di educazione per la  prevenzione della malattia fisica, né la famiglia, nè la società, informano e insegnano a coltivare un atteggiamento consapevole e sano nei confronti del proprio benessere  mentale, così come si insegna a prevenire e ad avere cura della salute del proprio corpo. L’atteggiamento della comunità scientifica occidentale, che riflette la cultura e i valori di riferimento della società, prevede purtroppo solo interventi di prevenzione secondaria rivolta alla cura e alla riabilitazione del disagio psichico, che rappresentano la quota maggiore di spesa sanitaria dei paesi europei e Stati Uniti, e ingenti introiti delle multinazionali farmaceutiche. Questo approccio deriva  da un’implicazione  culturale e filosofica, in base al quale viene  convenzionalmente accettato l’assunto, che, sino a quando il malessere esistenziale e la sofferenza psichica non si trasformano e si manifestano in patologia, non debbano essere affrontate in modo scientifico dalla comunità di riferimento: scuola, famiglia, sanità pubblica. Si relega quindi il problema nella sfera privata e alle risorse soggettive delle persone, senza  però aver prima dato loro nessuna informazione e nessuno strumento per prevenire e affrontare adeguatamente la sofferenza.

     Corrado Pensa, insegnante Buddista della tradizione “theravada”, docente di filosofia e religioni orientali all’Università statale di Roma, psicoterapeuta e fondatore della “Associazione per la Meditazione di Consapevolezza” (A.ME.CO.) affiliata all’Unione Buddisti Italiani (UBI), parlando del lavoro interiore e della necessità di affrontare prima o poi nella nostra vita  la pratica interiore, paragona il lavoro interiore ad una “tranquilla passione”, la passione per noi stessi, per la graduale meraviglia della scoperta di noi stessi e della nostra mente,  che piano piano ci attrae e ci coinvolge sempre di più.

    Per lavoro interiore si intende una pratica quotidiana, giornaliera, di raccoglimento basata sulla meditazione di presenza mentale, associata con la coltivazione dell’attenzione cosciente nella vita quotidiana. Corrado la definisce una  passione “tranquilla”, in quanto  questo lavoro si pone  l’obiettivo di estinguere “l’attaccamento” e accrescere  quindi lo spazio interiore, e dunque la tranquillità.  

    Contrariamente ad altre passioni, la passione per il lavoro interiore ha un potere unificante invece che separante. Perché?  La ragione è molto semplice: l’oggetto del lavoro non è esterno a noi stessi, ma al contrario è rappresentato da tutto ciò che sorge nella nostra coscienza momento dopo momento.

    Più specificatamente il lavoro interiore di base  è il seguente:

    • Essere consapevoli il più possibile di qualunque cosa accada nella nostra mente
    • Essere consapevoli della nostra enorme resistenza a questo genere di attenzione
    • Lasciare che i frutti di tale lavoro si manifestino nella nostra vita, con pazienza e fiducia.

    Per frutti intendiamo distacco affettuoso, fede, umiltà e soprattutto  discernimento, includendo in quest’ultimo una più precisa sensibilità per la sofferenza nostra e altrui.

    Ogni movimento mentale deve essere l’oggetto del nostro lavoro. Tuttavia, agli inizi di questo percorso, la priorità deve essere rivolta agli stati mentali negativi, attraverso un movimento che va dall’esterno verso l’interno, verso noi stessi, invece che dall’interno all’esterno alla perenne ricerca di  qualcosa o qualcuno che ci  faccia star bene. 

    Occorre cioè affrontare  i nostri nodi invece di ignorarli come abbiamo sempre fatto, perché nessuno, a scuola , in famiglia, nella società, ci ha mai insegnato a farlo.

    Un ingrediente essenziale di tutti gli statti mentali negativi o difficili è rappresentato dalla paura: la paura di soffrire. Non comprendiamo che la nostra paura di soffrire è in realtà la fonte primaria di sofferenza. La caratteristica cruciale del corretto lavoro interiore è invece l’apertura verso ciò che troviamo nella mente, e in particolare l’avversione nei confronti dello “spiacevole”  e l’attaccamento nei confronti del “piacevole”. 

    Aprirsi, guardare e sperimentare tutto  ciò che troviamo con pazienza,  gentilezza, e fiducia, senza giudizi e analisi autosvalutanti, comporta prima o poi  i frutti della comprensione e accettazione, che a loro volta hanno un effetto trasformante, trasformando anche le nostre paure e la nostra sofferenza.  

    Nel contesto Buddista, la comprensione e l’accettazione diventano i principali strumenti della pratica  interiore e insieme i risultati fondamentali che ci guidano nella vita quotidiana.

    Comprensione : discernimento, intelligenza spirituale, sapienza, saggezza.

    Accettazione: compassione, calore, distacco, equanimità, liberazione.

     L’Ignoranza, “avijja­­­­­” in lingua Pali, ci impedisce di vedere con chiarezza come i diversi stati mentali, salutari e non salutari, prodotti dalla coscienza (percezioni, emozioni, sensazioni, pensieri, e immagini) producano azioni diverse che conducono a risultati diversi. E’ proprio nell’avijja, nell’ignoranza, la causa fondamentale e primaria della sofferenza degli uomini secondo il Buddismo. Appena iniziamo a vedere e a comprendere la verità del modo di essere delle cose, il Dharma, scopriamo da soli cosa porta sofferenza nella vita e cosa porta libertà e felicità; per cui, in  questo impegno spirituale  non c’è alcuna costrizione, ma semplicemente l’invito e il suggerimento a provare e sperimentare da se questo percorso di liberazione. Applicarsi invece di fuggire, come abbiamo fatto e ripetuto migliaia di volte.

    Così, inizieremo a vedere i nostri schemi; a prendere consapevolezza dei nostri desideri, bisogni, e impulsi; potremo  comprendere e vedere proiettati sullo schermo della nostra mente, attraverso lo spazio da noi creato della consapevolezza, che schemi, desideri e dipendenze di ogni tipo, sono ciò che noi definiamo il “sè”: abitudini mentali

    Approfondendo la pratica della consapevolezza, abbandoneremo il limitato senso del sé apparentemente fisso e permanente e inizieremo a comprendere anche la “vacuità” e “l’impermanenza” di questi schemi e abitudini mentali, scoprendo con grande senso di sollievo e di liberazione che abbiamo la possibilità di lasciarli andare. Non occorre che ci sforziamo per lasciarli andare; avvizziscono lentamente da soli, perché li abbiamo compresi e riconosciuti, li abbiamo trascesi  togliendo loro tutto il potere di fascinazione e identificazione. La luce della consapevolezza, illuminando la nostra ombra, riduce la falsità dei fenomeni ed evidenzia la verità. 

    La “vacuità“, cioè il non sè,  e “l’impermanenza”, ovvero la transitorietà e la condizionalità di tutti i fenomeni che accadono nel microcosmo e nel macrocosmo, sono i gioielli della comprensione del Buddismo e l’essenza della liberazione, il cosiddetto “Nirvana”, che vuol dire semplicemente Spegnimento, Estinzione  dell’Io.

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