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Viveka-khyati, la conoscenza discriminativa, ritiro “Zen e Yoga” 26-28 giugno ’26

“Dal praticare gli esercizi componenti lo yoga,
quando si è distrutta l’impurità,
sorge l’illuminazione spirituale
che evolve nella consapevolezza della realtà”

Yogasutra II,28

 

Quando si parla di esercizi yoga mi viene in mente subito un “fare” e tra questo soprattutto un “fare gli esercizi di yoga” e ancor più semplificando vedo le posture di yoga che colorano molte immagini in TV o sulle riviste.

In questo sutra noto però che c’è un “quando“… le impurità sono l’ostacolo e vanno “distrutte“. Prenderne atto, esaminarle, vederle all’opera nei fatti quotidiani, assimilarne l’impronta così da coglierle sul nascere è la via per la saggezza, un “distruggere nel tempo che scorre“.

Questa saggezza si coltiva per due vie, lasciare e accogliere. Lasciare via via le impurità, accorgersi del loro ‘odore’ ancor prima di farle diventare compagne di viaggio e accoglierle, come si accoglierebbe un ferito per soccorrerlo.

Il testo di Patanjali non lascia scampo, vanno “distrutte”, ma quando non le riconosco si depositano dentro di me e chissà in quali meandri della mia persona. Affrontarle allorché emergono e appena si fanno visibili è l’attività del “guerriero di pace” che recide e libera dai legami.

Oggi come oggi non mi sento di possedere questa forza eppure riesco a coglierne l’odore, o meglio il cattivo odore, prima che la facciano da padrone. 

Negli “impegni” de La Pagoda vi è proprio questa indicazione: “Riconoscere direttamente al loro nascere  la gioia e la sofferenza della vita”. Allorchè nascono, allorchè mettono radice, repulsive o attraenti che siano, sono come una gramigna che con le sue delicate foglie riesce a lacerare la solidità del catrame.

Sia gioia che sofferenza, sorrette dal mio egoismo, sono contenute nel gran cesto delle ‘maculazioni’, ovvero là dove sono i semi dell’attaccamento, i  semi che soffocano, che privano della libertà.

L’insegnamento che mi viene dalla lettura di questo sutra è che ‘devo’ (è questo il mio fare) coglierle sul nascere. L’attenzione, il comportamento, la presa d’atto sono alcuni strumenti per vedere la sofferenza che produce l’ignoranza. Queste impurità fatte di attaccamento, sia nel tenere stretta la mano, questo è ‘mio’ , sia nel volerle gettar via senza ‘conoscerle’, senza conoscerne la loro vischiosità sono l’ombra che mi accompagna.

Questo è il sentiero della mia pratica. Allorché riuscirò in questo, altrettanto comincerà a fiorire la consapevolezza del reale, della realtà.

A  quella piantina dedicherò la mia  attenzione e questo può essere un motivo da condividere durante questo breve ritiro.

rodolfo

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